Il potere logora chi non ce l’ha, affermava Giulio ANDREOTTI. Probabilmente è così.
Sicuramente il logorio del non potere è espressione finale di una depressione ed insoddisfazione del logorato.
Certo la posizione di potere pone chi lo esercita in una necessaria condizione di preminenza rispetto ai propri simili. Oggi però, in una società fondata su regole e diritti, oserei affermare che, al contrario di ieri, il concetto stesso di potere non dovrebbe essere staccato dal concetto di servizio per la collettività e dal consenso.
Un potere senza consenso può essere solo quello violento del dittatore o di chi crede di poter comprare tutto con i soldi, anche la sincerità e la lealtà di chi sta intorno. Ma questo non sarebbe esercizio del potere. Sarebbe esercizio del possesso se consapevole; in caso contrario sarebbe l’illusione di un imbecille.
Le posizioni di potere oggi possono essere determinate più che altro da due elementi: da una nomina o da un mandato di rappresentanza.
Quando chi gestisce una fetta di potere è nominato da qualcuno e comunque da pochi allora è quasi certo che gestirà quel potere prima di tutto in favore di chi ha reso possibile la nomina. Se ne avanza, anche a favore dell’oggetto stesso del potere e cioè degli amministrati. Ovviamente ciò avviene quando il nominato non pensi a se stesso prima di ogni altra cosa e non finalizzi tutto alla ingordigia o alla dea carriera. E questa è , invece, prassi abbastanza comune nella realtà.
La protervia del potere dei nominati, intesa come esercizio del potere fine a se stesso, si tocca con mano sia nella pubblica amministrazione che nella impresa privata.
Chi non ha mai saputo di quel capo reparto della tal fabbrica che, con inusitata ed immotivata cattiveria, e solo per ricordare chi comanda, sottopone i subordinati alle peggiori angherie ?
O di quello sportellista depresso del pubblico ufficio che maltratta l’utente senza alcun motivo e solo per godere di una posizione di vessazione e sottolineare lo stato di momentanea supremazia funzionale?
Per non parlare del malcostume di taluni superiori della pubblica amministrazione che si alzano alla mattina e vanno in ufficio al solo scopo di ricordare ai loro sudditi che …. qui comando io! e per puntare il disgraziato dipendente di turno per sottoporlo alle più impensabili cattiverie o molestie.
Magari poi gli stessi vessatori si prostrano in maniera disgustosa di fronte ai rispettivi superiori … ma questa è la stessa storia che si ripete.
Questo succede per i potenti nominati. Ovviamente una oculata gestione delle cosiddette risorse umane imporrebbe interventi, anche questi, superiori, che pongano fine a simili situazioni. Nella realtà ciò non avviene o è molto difficile che avvenga, grazie anche a spinte e contro spinte che governano l’andamento della tal fabbrica, del tal ufficio e della tal amministrazione.
C’è un’altra categoria di potenti: quella degli eletti dalle stesse persone su cui poi deve essere esercitato il potere derivante dalla carica rivestita.
Questi potenti, per definizione, dovrebbero rappresentare gli interessi di chi li ha eletti. E’ un principio fondamentale della democrazia: un sindaco eletto dalla cittadinanza deve esercitare il suo mandato a servizio dei suoi elettori. Ciò che, a titolo di esempio, dovrebbe fare anche il semplice consigliere comunale, il parlamentare nazionale od europeo e via dicendo.
Il concetto elementare è quello della rappresentanza: voi mi date il potere di parlare a vostro nome ed io mi impegno a risolvere i vostri problemi. Un concetto semplice ma, ad un freddo calcolo contrattuale, sbilanciato. Così posti i termini infatti, non sembrerebbe esservi contropartita per quella attività di rappresentanza svolta dall’eletto.
Ma è proprio così che dovrebbe essere: l’eletto dovrebbe sacrificarsi per gli elettori annullando i propri interessi personali e porsi al servizio di questi. Il potere derivante dal mandato dovrebbe essere sacrificio in favore della collettività.
Così non è. L’ebbrezza del potere stravolge l’eletto. Gli fa dimenticare valori fondamentali come la lealtà, l’etica e l’amicizia e gli fa credere di essere lì per suo solo merito. Sostituisce il mezzo ( la sua carica) al fine ( il bene per la collettività). Si identifica con la funzione di potere e taglia i ponti con quelli ai quali dovrebbe essere riconoscente e della comunità che dovrebbe rappresentare, andando a crearsi “amicizie” fra i suoi “pari”, che al pari di lui non esisterebbero buttarlo a mare nel caso convenienza. Senza rendersi conto che si trova in un mondo di squali dal quale ben pochi escono indenni.
Nella realtà il potere di rappresentanza finisce così sempre più spesso per essere utilizzato come strumento per realizzare scopi ed interessi che sono lontani anni luce dagli scopi ed interessi di coloro che hanno dato il proprio mandato e in molti casi, paradossalmente, tale potere viene esercitato contro i diritti ed interessi elementari degli stessi rappresentati.
Ovviamente in una corretta democrazia il rimedio e semplicissimo ed a portata di mano: al rappresentante infedele viene tolto il mandato ed al prossimo turno ci si fa rappresentare da un altro.
Immagino che qualcuno nel leggere questa mia ultima affermazione pensi … ecco uno che crede ancora alla Befana !
Non sono, però, così ingenuo e sprovveduto.
Anch’io mi rendo conto che nella realtà non è così semplice la soluzione. Anche nell’esercizio del potere di rappresentanza subentrano spinte e contro spinte che impediscono le sostituzioni, salvo casi eccezionali dovuti a vere e proprie rivoluzioni sociali come è accaduto con la cosiddetta tangentopoli. Ma le rivoluzioni, si sa, non vanno tanto per il sottile: travolgono tutto, anche quello che di buono inevitabilmente c’è. E “tangentopoli”, in particolare, ha solo visto l’assalto al potere potere politico da parte del potere giudiziario, con un semplice sostituzione di personaggi senza incidere sul malcostume, se non peggiorandolo. Così come dimostrato dalla storia successiva.
E’ pura utopia pensare di annullare con un colpo di spugna i vizi atavici dell’uomo investito di un qualsiasi mezzo di potere. Nella pratica si assiste quotidianamente a scene di eletti che approfittano dello scanno raggiunto per tentare di togliersi qualche sassolino dalla scarpa abbandonandosi a indegne sceneggiate.
Nel ventunesimo secolo, ormai al suo primo quarto, nel panorama internazionale si assiste ancora, come in Ucraina, all’esercizio di un potere finalizzato ad una violenza che non può essere accampata sotto nessuna bandiera e che fa vergognare di appartenere al genere umano.
Io, però, sono un ottimista, forse un sognatore. Ritengo che il buon senso e la civiltà umana siano cresciuti e, nonostante tutto, ho fiducia negli uomini di buona volontà. Nel 1940 gli uomini di buona volontà si sono coalizzati per fermare un pazzo scatenato che aveva trovato addirittura alleati per i suoi assurdi e sciagurati progetti.
Oggi i pazzi di turno si trovano ancora ma, grazie a Dio e quegli uomini di buona volontà, sono isolati e difficilmente riescono a trovare alleati. Segno che la cultura, la civiltà e la pratica dei più elementari diritti umani hanno avuto il sopravvento sulla pazzia e sulla ingiustizia.
Anche se moltissimo c’è ancora da fare.
Ed è sperare troppo a credere che gli stessi uomini di buona volontà si convincano che il buon potere non è quello finalizzato a se stesso ed a biechi interessi ma quello inteso come servizio per la collettività e basato solo sul consenso continuo ?
Forse è chiedere troppo, ma incominciamo, dal nostro piccolo, a vivere in coerenza con i valori in cui crediamo e a non sentirci sconfitti prima ancora di avere provato a combattere.
Credere nei sani valori e pensare positivo non serve a niente se poi alla prima difficoltà ci arrendiamo adeguandoci perché così fan tutti e ci facciamo sopraffare dal quell’apatia abulica che si sta rivelando come la peggiore malattia di inizio millennio.
“ Non ho paura degli urli dei violenti ma del silenzio degli onesti!” diceva Martin Luther King.
(Luigi Pescuma . giornalista)


